Privacy Policy L’affaire Palatucci: “Giusto” o collaborazionista dei nazisti? - History Files
 

Senza categoriaL’affaire Palatucci: “Giusto” o collaborazionista dei nazisti?

Il nuovo saggio di Giovanni Preziosi edito dal Comitato Palatucci.
historyfilesmartedì, 3 Febbraio 2015 ore 7:53:007689 min

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Vi presento in il mio nuovo saggio che esce proprio in questi giorni edito dal Comitato Palatucci di Campagna dal titolo:


L’AFFAIRE PALATUCCI
“Giusto” o collaborazionista dei nazisti?

Un dettagliato reportage tra storia e cronacaalla luce dei documenti e delle testimonianze dei sopravvissuti

 

(Edizioni Comitato Palatucci di Campagna, 2015, pagine 80)

 

Indice
Presentazione del Presidente del Comitato Palatucci di Campagna Michele Aiello
Prefazione del Professore emerito dell’Università di Salerno Giuseppe Acone
Prefazione dell’Autore
Capitolo I
Il dibattito storiografico e quello mass mediatico.
Analisi a confronto: le tesi avanzate dal Primo Levi Center
Capitolo II
La memoria ritrovata:
testimonianze di collaboratori e beneficiati da Palatucci
Capitolo III
La storia del salvataggio della giovane ebrea Maria “Mika” Eisler e della madre Dragica Braun ad opera di Giovanni Palatucci 
Conclusioni

 


PREFAZIONE DELL’AUTORE

 

Il lavoro che presentiamo è frutto di una paziente e meticolosa ricerca confluita in vari articolipubblicati su L’Osservatore Romano[1] e nel secondo numero della rivista telematicaChristianitas di Storia,Pensiero e Cultura del Cristianesimo.[2] Lo spunto ci è stato offerto dalla querelle sollevata dai ricercatori del Primo Levi Center di New York in merito alla vicenda del salvataggiodegli ebrei fiumaniad opera del giovane responsabile dell’Ufficio stranieriGiovanni Palatucci che, secondoquanto asseriscono i suoi detrattori, non sarebbe affattola versione italianadi Schindler ma, al contrario, soltanto un oscuro funzionario che eseguì pedissequamente gli ordini superiori,al punto da essereannoverato addirittura tra quella folta schiera di collaborazionisti dei tedeschi che non si facevanoalcuno scrupolo nel denunciarechiunque non appartenesse alla razza ariana. Insommatutte le testimonianze e i documenti accreditati dai vari studi compiuti finora non sarebbero altro se non una colossalecostruzione mitologica fomentata dallo zio dell’exquestore di Fiume,il vescovo di Campagnamons. Giuseppe MariaPalatucci, col preciso intento di assicurare una lauta pensione di guerra ai genitori.[3]
Dopo aver letto con comprensibile sconcerto le conclusioni, a dire il vero alquantocapziose, a cui sono pervenutiquesti illustri studiosi d’oltreoceano, fatte passare dai maggiorimass-media internazionali come scoperte sensazionali, in assoluto dispregiodella ragione e della verosimiglianza storica, subito ci è parso di ravvisare qualche incongruenza di troppo tale da far ritenereche questa imponentecampagna mediatica, orchestrata ad hoc negli Stati Uniti, perseguiva un disegno ben preciso.
L’asprezza dei toni inspiegabilmente esacerbati, infatti, lasciava presagire il vagosospetto che, in realtà, l’obiettivo principale era unaltro; in buona sostanza si cercava di demolire ab imis la figura di Palatucciper colpire, invece,con allusioni più o meno dissimulate, Pio XII.
S’imponeva, dunque, una riflessione più accuratain grado di focalizzare meglio alcuniaspetti che, nel corso di questi anni, ci è parso siano rimasti ai marginidel dibattito storiografico, allargando il campo d’indagine anche alla memorialistica, in modo da sciogliere i nodi legati al ruolo effettivamente svolto da Palatuccinel salvataggio degli ebrei, attraversola rilettura delle fasi cruciali che hanno segnato gli anni trascorsi nella pittoresca città quarnerina.
L’evidente décalage tra i fatti realmenteaccertati e quanto asserito apoditticamente dagli studiosi del Primo Levi Center, ha indotto alcuni storici,tra i quali anche chi scrive,ad approfondirecon doviziadi particolari – questa vicenda senza lasciarsi suggestionare da alcun pregiudizio, preferendo – a differenza di altri – che a parlare siano piuttosto i documenti e le testimonianze meticolosamente raccolte nel corso di questa ricerca, anziché vaghe e inconsistenti elucubrazioni destituite di fondamento.
Illavoro che ci attendeva, com’è facile dedurre, non si è rivelato certo agevole; ma, al contrario, ha implicato, necessariamente, una buona dose di abilità nel ricucire fatti e personaggi distanti tra loro, mai però a detrimento della compattezza dellanarrazione. Si è tentato, così, di dar voce a dati e avvenimenti, espungendo – in parte– quelli già noti lippis et tonsoribus, inmodo tale che il raccontopotesse risultare palpitante, avvincente e scevro da qualsiasicondizionamento.
Ci si è messi, dunque, alla ricerca delle fonti, edite ed inedite, che potevano servire al caso, non trascurando alcun particolare, ma neppure accettando come oro colato quanto veniva presentato o asseritoda altri, nel tentativo di rispondere ad alcuni quesiti rimasti ancora inevasi dalla storiografia.
Inqueste pagine, dunque, presentiamo i risultati di una pazientee minuziosaspigolatura all’interno di vari fondi archivistici, compresa la fitta corrispondenza del vescovodi Campagna, mons. Giuseppe Maria Palatucci, accuratamente esaminata proprio allo scopo di fornire un’ulteriore chiave di lettura alle illazioni formulateda alcuni studiosi.
Ilmetodo che ha ispiratoquesto lavoro è stato quello tipico del ricercatore scrupoloso e puntiglioso, per cui il materialeraccolto è passato al vaglio di una preventiva critica obiettivaavulsa da qualsiasi strumentalizzazione, nel tentativodi ricostruire i fatti così come si sono realmentesvolti.
Da qui ci siamo mossi, poi, per indagare a fondo imotivi, che a nostro avviso, hanno indottoi ricercatori newyorkesi a sollevarequesto enorme vespaiodi polemiche.
Sull’abbrivio diquesto presupposto, chi scrive, dipanando l’ingarbugliata matassa dell’ingente materiale raccolto è riuscito,non senza qualche difficoltà, a mettereinsieme una serie di documenti e testimonianze interessanti, senza indulgere alla fantasia o al fascinoindiscreto e all’estrosità del narratore.
Fino ad alcuni anni or sono, infatti, fiumi d’inchiostro sono stati versatiper illustrare, con dovizia di particolari, gli aspetti più reconditi di quegli anni roventi, mentre soltanto marginalmente è stata esaminata l’opera di salvataggio svolta da tanti funzionari di Pubblica Sicurezza che, sprezzanti del pericolo a cui andavano consapevolmente incontro, non restarono indifferenti alle atrocità perpetrate dai nazisti e dai loro sodali in camicia nera, adoperandosi attivamente per cercare di impedire lo scempio che si stava consumando sotto i loro occhi ai danni di tante persone innocenti, colpevoli soltanto di appartenere ad un’altra etnia e di professare un diverso credo religioso.
Tuttavia, in tempi recenti, sembra di assistere, finalmente, ad un’inversione di tendenza,al punto che gli angustiorizzonti del passatoiniziano a diradarsi e gli studi su questetematiche vanno progressivamente assumendo un’importanza sempre più rilevante,contribuendo a gettare un ulteriore fascio di luce su questianni oscuri.
Gliaspetti inerenti al rapportoepistolare – e non solo – di Giovanni Palatucci con lo zio vescovo di Campagna, per un verso, e quelle riguardanti la proficuacollaborazione con gli altri suoi colleghi sparsi in altre zone della penisola come Feliciano Ricciardelli a Trieste e Carmelo Mario Scarpa a Milano,per l’altro, costituiscono dunque i poli di maggioreconcentrazione del nostrostudio, mentre si è preferito lasciare sullo sfondo le vicissitudini che caratterizzarono i rapporticonflittuali del giovane funzionario dellaQuestura di Fiume con i propri superiori fin dagli anni genovesi, che solo marginalmente vengono toccati per non appesantire troppo la narrazione.[4]
Così, sulla scia di questi nuovi ambitiaperti dalle recenti acquisizioni archivistiche, anche in questo breve saggio,si è battuta una nuova pista di ricerca, percorrendo un sentiero ancora non sufficientemente esplorato, quello cioè riguardante le testimonianze di coloro che hanno vissutoin prima persona alcuni episodi che videro protagonista Giovanni Palatucci. Ebbene, anch’esse dimostrano, al di là di ogni ragionevole dubbio, l’assoluta inconsistenza dell’assioma postulato dagli epigoni del negazionismo palatucciano tout court.
In realtà, come sembranoattestare i primi risultati di ricerca su questo terreno,le conclusioni a dir poco avventatea cui sono pervenuti gli studiosi del Primo Levi Center, peraltronon suffragate – almeno finoraneanche da un briciolo di prova documentale, ci sembranodettate più dal desideriodi infangare l’immagine adamantina che è emersa nel corso diquesti anni dell’ex questoredi Fiume, piuttostoche affrontare la questione con metodo scientifico per fornire un valido contributoalla comprensione della complessa vicenda che lo vide protagonista.
Pertanto, l’auspicio che ci sentiamo di formulareper l’avvenire è che d’ora innanzi si possa incentivare, senza alcuna prevenzione, un proficuo dialogo tra gli storici delle opposte correntidi pensiero, perché dal confrontodelle idee scaturisce sempreun arricchimento reciprocoin grado di dissipare dubbi e incertezze.
Sulla traccia deitemi e dei problemisin qui delineati vi invitiamo, dunque, alla letturadi questo breve saggio nel quale si è tentato di coniugare, sapientemente, la ricchezzadelle fonti con un’adeguata analisi ermeneutica, affinché l’esposizione potesserisultare gradevole, lasciando poi ai lettori trarrele conclusioni che reputeranno più opportune.
23 settembre 2014
Giovanni Preziosi

[1] G. PREZIOSI, La grande rete di monsignor Palatucci. Nuovi documenti sugli aiuti prestati dal vescovo agli internati ebrei e politici del campo di concentramento di Campagna, in “L’Osservatore Romano”, 14 marzo 2012, pag. 5; ID., La grande rete di Fiume: GiovanniPalatucci e gli ebrei. Figli e nipoti dei colleghi del questoreraccontano, in “L’Osservatore Romano”, 3 agosto 2013, pag. 5; ID., Palatuccie il villino di via Milano. A colloquiocon la testimone di una delle operazionidi salvataggio del questoredi Fiume, in “L’Osservatore Romano”, 16 aprile 2014, pag. 4, reperibileon-line pag. 5,
[2] G. PREZIOSI, Il Caso Palatucci. “Giusto” o collaborazionista dei nazisti?Un dettagliato reportage tra storia e cronaca alla luce dei documentie delle testimonianze dei sopravvissuti, in “Christianitas” Rivista di Storia, Pensiero e Culturadel Cristianesimo, n. 2 (Luglio-Dicembre 2013), pagg. 105-144.
[3] P. COHEN, Italian Praised for saving Jews Is now seen as Nazi Collaborator, in “The New York Times”, 19 giugno 2013.
[4] Si veda in merito la Lettera di Giovanni Palatucci ai genitori che scrisse da Fiume l’8 ottobre 1941, nella quale dichiarava senza alcun infingimento: «I miei rapporti coi superiori sono formali. Più esattamente essi sanno di aver bisogno di me, di cui, a quanto sembra, non possono fare a meno, e certamente mi considerano bene, mi stimano come capacità e rendimento; ma sanno bene che, grazie a Dio, sono diverso da loro. Siccome lo so anch’io, i rapporti sono di buon vicinato ma non cordiali. La cosa non ha molta importanza. Non è a loro che chiedo soddisfazioni ma al mio lavoro, che me ne dà molte. Ho la possibilità di fare un po’ di bene, e i miei beneficiati me ne sono assai riconoscenti».

  

© Giovanni Preziosi, 2015
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